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Il principe - Cap.17 - Il decreto


di the_extension
09.03.2026    |    377    |    0 6.0
"Si tirò fuori all’ultimo, schizzando il seme caldo sul mio culo, sulla schiena, sui seni quando mi girò..."
Era passato un mese esatto dall’inizio del trattamento. Le segrete non erano cambiate: umidità costante, torce che fumavano, odore di piscio secco e seme stantio. Ma Thorne sì. Era cambiato in modo lento, quasi impercettibile all’inizio, poi evidente.
All’inizio beveva da Mira con riluttanza, il corpo che si ribellava, la gola che bruciava, lo stomaco in rivolta. Ora apriva la bocca prima ancora che lei si posizionasse. Quando il getto caldo gli colpiva la lingua, ingoiava a sorsi profondi, ritmati, senza conati. Il sapore acre, salato, metallico era diventato familiare, quasi confortante. La sete lo tormentava tutto il giorno - la disidratazione lo lasciava con la bocca asciutta, la testa leggera - e quando arrivava la sera, non era più solo sopravvivenza. Era desiderio. Voleva quel liquido caldo, voleva sentirlo scorrere in gola, voleva il contatto con Mira che lo accompagnava sempre: le sue mani che gli accarezzavano i capelli mentre beveva, i suoi sussurri "Bravissimo... bevi piano... sono qui."
Una sera, dopo che Mira gli aveva dato da bere e lo aveva scopato con la solita dolcezza - cavalcandolo lenta, tenendogli il viso tra le mani, baciandolo sulla fronte mentre lui veniva dentro di lei - Thorne non si alzò subito. Rimase sdraiato sul pavimento bagnato, ansimante, il corpo lucido di sudore e piscio. Alzò gli occhi su di me.
Io ero ai piedi di Roderick, come ogni sera: inginocchiata, la lingua che lambiva devota le sue dita, succhiando l’alluce con lentezza mentre le guardie aspettavano il loro turno. Roderick mi accarezzava i capelli, il cazzo eretto sotto la tunica, ma non me lo dava ancora tutto. Solo la bocca. Solo succhiarlo, ingoiare il suo seme, leccarlo pulito. Niente figa. Niente culo. Solo la bocca, come un premio parziale che mi teneva legata a lui.
Thorne parlò, la voce rauca ma chiara.
"Elara..."
Io mi fermai, la lingua ancora sul piede del principe. Lo guardai.
"Bevi anche da me," disse lui. Non era una supplica. Era una richiesta calma, quasi serena. "Ho sete. Tutto il giorno. Solo da te e da Mira. Voglio... voglio bere anche il tuo. Per favore."
Non c’era vergogna nei suoi occhi. Solo accettazione. Desiderio. La sete lo aveva trasformato: il suo corpo aveva imparato a volere ciò che un tempo lo distruggeva.
Io sorrisi, fredda. Mi alzai, andai da lui. Mi posizionai sopra il suo viso, le gambe aperte. Rilassai la vescica. Il getto fu forte, diretto, gli colpì la bocca aperta. Lui ingoiò subito, le mani che si alzarono per tenermi le cosce, non per spingermi via, ma per tenermi vicina. Bevve a sorsi profondi, il mio piscio che gli colava sul collo, sul petto. Quando finii, leccò le ultime gocce dalle mie labbra, la lingua che sfiorava la mia figa bagnata senza chiedere permesso.
"Grazie," sussurrò.
Io non risposi. Tornai ai piedi di Roderick, ripresi a succhiargli il cazzo - profondo, lento, devota - mentre lui gemeva piano.
Mira, nel frattempo, aveva scoperto di essere incinta. Lo aveva capito da giorni: nausea mattutina, seni più sensibili, un ritardo che non poteva ignorare. Thorne era l’unico uomo con cui aveva scopato da mesi. Il bambino era suo.
Non lo disse subito a Roderick - temeva che lo usasse contro di loro. Lo disse solo a Thorne, una notte, mentre lo abbracciava dopo che lui aveva bevuto da lei.
"Sono incinta," sussurrò. "Di te."
Thorne la guardò, gli occhi lucidi. Non di paura, ma di qualcosa di nuovo: responsabilità. Amore.
"Lo terremo," disse piano. "Lo proteggeremo."
Mira annuì, stringendolo più forte.
"Se tu accetti questa condizione... se bevi da me, da lei... se lasci che sia così... io starò con te. Ti starò accanto. Sarò la tua ancora. E se serve... berrò anch’io. Diventerò come te. Per noi. Per il bambino."
Thorne la baciò, piano, sulle labbra.
"Lo voglio," disse. "Voglio bere. Voglio che sia così. Mi fa sentire... vivo. In un modo strano. Ma vivo."
Da quella sera, Mira iniziò a essere più che una scopatrice o una fonte di vita. Era la sua ancora. Lo confortava dopo ogni umiliazione, lo teneva stretto quando beveva, lo scopava con tenerezza, sussurrandogli che sarebbe andato tutto bene. E quando Thorne chiedeva a me di pisciare su di lui, lei era lì, a tenergli la mano, a pulirgli il viso dopo, a dirgli "Sei forte. Ce la fai."
Io continuavo a succhiare solo Roderick. Ogni sera, dopo aver pisciato su Thorne, dopo averlo insultato con parole sempre più fredde ma meno rabbiose, mi inginocchiavo ai piedi del principe. Lo prendevo in bocca, lo succhiavo profondo, lo facevo venire in gola, ingoiavo tutto. Lui mi accarezzava la testa, mi chiamava "brava", ma non mi scopava ancora.
"Presto," diceva. "Quando sarai pronta."
Thorne, sdraiato sul pavimento bagnato del mio piscio, guardava la scena senza più rabbia. Solo accettazione.
"Domani ancora," diceva a me, calmo. "Bevilo da te. Voglio."
E io annuivo. Perché lui era niente. Ma ora lo voleva. E io ero libera di darglielo.
Mira lo abbracciava, la mano sul ventre appena arrotondato, e sussurrava:
"Noi tre. Andrà bene."
Erano passati tre mesi da quando Thorne aveva iniziato a chiedere il mio piscio, da quando la sua accettazione si era trasformata in un desiderio malato. Le segrete erano le stesse - umide, buie, puzzolenti di sesso e urina - ma noi no. Thorne era diventato una creatura diversa: magro, pallido, ma sereno nel suo nulla. Beveva da Mira ogni mattina e sera, aprendo la bocca con anticipazione, ingoiando il getto caldo senza un conato, leccando le ultime gocce dalla sua figa con la lingua avida. La sete non lo tormentava più; la voleva. "Di più," diceva piano, dopo aver finito, e Mira gliene dava, svuotandosi completamente mentre lui gemiva di soddisfazione. Di notte, la scopava con passione rinnovata - non forzata, ma voluta - spingendo dentro di lei con spinte profonde, venendo con un sospiro di sollievo, il seme che colava misto al piscio che le aveva bevuto prima.
Mira era cambiata di più. La gravidanza era visibile ora: il ventre arrotondato, i seni gonfi, i capezzoli scuri e sensibili. Era al quinto mese, il bambino che scalciava piano contro la sua pelle. Lei lo proteggeva con ferocia egoista: stava accanto a Thorne, lo confortava con baci dolci sul collo, lo cullava dopo ogni umiliazione, sussurrandogli "Siamo noi ora. Io, te e il piccolo." Ma era per se stessa: sapeva che se Thorne accettava la condizione - bere, essere scopato, essere niente - lei sarebbe sopravvissuta. "Se vuoi bere da lei, va bene," gli diceva, "ma torna da me. Io sono la tua ancora." E quando lui chiedeva il mio piscio, lei gli teneva la mano, lo accarezzava mentre ingoiava, e dopo lo scopava lei stessa, montandolo con fianchi lenti, gemendo "Vieni per me... per noi." Il bambino era il loro legame: Mira aveva iniziato a bere un po’ del suo stesso piscio, a volte, per "condividere" con Thorne, leccandolo dalle sue labbra dopo che lui aveva finito. "Se serve, sarò come te," diceva. "Per il piccolo."
Io, nel frattempo, ero rimasta la devota di Roderick. Ogni sera, succhiavo il suo cazzo - profondo, lento, ingoiando il seme caldo senza perdere una goccia - ma niente di più. La mia figa pulsava vuota per lui, bagnata solo al pensiero del suo tocco. Le guardie mi usavano ancora, ma era routine: cazzi in figa, in bocca, in culo, seme ovunque, mentre io leccavo i piedi del principe implorando "Scopami tu... ti prego...".
Quella sera, tutto cambiò.
Roderick entrò per primo, la tunica aperta, il cazzo eretto. Mi guardò, un sorriso diverso - non crudele, ma possessivo.
"Stasera, Elara," disse. "Ti scopo. Hai guadagnato il mio cazzo."
Il cuore mi balzò in gola. Mi alzai, tremante, e mi sdraiai sul pavimento lurido, le gambe spalancate, la figa bagnata e gonfia. Lui si chinò sopra di me, la cappella che sfiorava l’ingresso. Spinse dentro con un colpo solo, lento ma profondo. Io urlai di piacere, la figa che lo avvolgeva stretto, le pareti che si contraevano intorno al suo cazzo spesso, venoso. "Sì... Roderick... cazzo, sì... riempimi..."
Lui scopò con ritmo crudele: spinte forti, mani sui miei seni che strizzavano i capezzoli, la bocca che mordeva il collo. Io gemetti forte, venendo quasi subito, la figa che colava umore misto al suo liquido preseminale. Lui continuò, girandomi a quattro zampe, scopandomi da dietro come una bestia, il cazzo che sbatteva contro il mio punto sensibile. "Sei mia," grugnì. "La mia troia."
Venni di nuovo, urlando il suo nome, mentre lui accelerava, venendo finalmente dentro di me - no, non dentro. Si tirò fuori all’ultimo, schizzando il seme caldo sul mio culo, sulla schiena, sui seni quando mi girò. Residui bianchi, densi, che colavano sulla mia pelle.
Roderick si alzò, ansimante, il cazzo ancora gocciolante. Guardò Thorne e Mira, che avevano assistito in silenzio.
"Leccate," ordinò. "Leccate i miei residui da lei. Entrambi. Ora."
Thorne si avvicinò per primo, la lingua che sfiorava la mia schiena, leccando il seme di Roderick con sorsi lenti, ingoiandolo come faceva con il piscio. Mira lo seguì, leccando il mio culo, i seni, la lingua che raccoglieva ogni goccia. Io gemetti piano, il corpo ancora sensibile, mentre loro pulivano tutto, ingoiando il seme del principe come un sacramento.
Quando finirono, Roderick sorrise.
"Ora, la sorpresa per tutti."
Fece un cenno alle guardie. La porta si aprì, e entrò un messaggero del castello, con un decreto sigillato in mano. Il ragazzo si inchinò profondamente davanti a Roderick, porse il rotolo di pergamena con il sigillo reale - l’aquila d’oro su campo cremisi - e indietreggiò senza alzare gli occhi.
Roderick prese il decreto, spezzò il sigillo con un gesto lento, quasi cerimoniale, e lesse ad alta voce, la voce che riempiva la cella come un comando divino.
"Per volontà del re Eldric, sovrano di Eldoria, e per il piacere del principe ereditario Roderick, si decreta quanto segue:
Elara, figlia del villaggio, viene elevata al rango di concubina ufficiale del principe. Da questo momento risiederà nel palazzo reale, nelle stanze private del principe, al suo servizio esclusivo e devoto.
Thorne e Mira, ex prigionieri delle segrete, vengono graziati e liberati dalla prigionia sotterranea. Per la loro dedizione dimostrata e per il legame che li unisce al principe, saranno autorizzati a vivere all’interno delle stesse stanze private del principe, come parte del suo seguito personale. Non avranno catene, né sbarre, né punizioni fisiche arbitrarie. Saranno liberi di muoversi all’interno della camera, di nutrirsi, di riposare, di parlarsi.
Tuttavia, per garantire l’ordine e la disciplina, all’interno della camera è stata ricavata una cella di ferro rinforzato, con sbarre solide e porta chiusa a chiave. In caso di necessità - disobbedienza, mancanza di rispetto, o semplice capriccio del principe - uno o più di loro potranno essere confinati lì dentro, senza preavviso e per il tempo che Roderick riterrà opportuno.
Il decreto entra in vigore immediatamente. Che sia eseguito."
Il messaggero si inchinò di nuovo e uscì. Le guardie rimasero immobili, in attesa.
Roderick arrotolò la pergamena e la posò sullo sgabello. Guardò noi tre: io inginocchiata ai suoi piedi, ancora con il suo seme che colava piano sulle cosce; Thorne sdraiato sul pavimento bagnato, Mira inginocchiata accanto a lui, una mano protettiva sul ventre arrotondato.
"Avete sentito," disse Roderick, la voce calma ma tagliente. "Siete liberi... ma solo dentro le mie stanze. La cella è lì per ricordarvi che la libertà è un regalo, non un diritto. E io decido quando usarla."
Si voltò verso di me.
"Elara, concubina mia. Alzati. Da stasera dormi nel mio letto. Mi servi nuda, pronta, ogni volta che ti voglio. La tua bocca, la tua figa, il tuo culo - tutto mio. Non chiederai più. Prenderai."
Io annuii, il cuore che batteva forte. Mi alzai, il corpo tremante di eccitazione e sottomissione.
"Sì, mio principe."
Roderick guardò Thorne e Mira.
"Voi due vivrete con noi. Nella stessa stanza. Vedrete tutto. Sentirete tutto. Dormirete sul pavimento ai piedi del letto, o su un pagliericcio se sarete bravi. Potrete scopare tra voi, bere l’uno dall’altra, consolarvi. Ma se uno di voi osa interrompere, o guardare troppo a lungo, o semplicemente esistere nel modo sbagliato... la cella vi aspetta."
Thorne abbassò lo sguardo. Non parlò. Mira strinse la mano di lui, annuì piano.
"Grazie, mio signore," disse lei, la voce bassa ma ferma. "Faremo come desideri."
Roderick fece un ultimo cenno alle guardie.
"Portateli di sopra. Preparate la stanza. La cella è già lì. Voglio vederli entrare insieme."
Le guardie ci presero per le braccia - non con violenza, ma con fermezza - e ci condussero fuori dalle segrete. Il viaggio fu breve: scale di pietra, corridoi illuminati da torce, porte di legno massiccio. Arrivammo in una vasta camera reale: tende di velluto cremisi, un letto enorme a baldacchino, tappeti spessi, un camino acceso. E in un angolo, incassata nel muro come una ferita, la cella: sbarre nere, spesse, una porta con lucchetto pesante, pavimento di pietra nuda, un secchio in un angolo. Niente paglia. Niente comodità.
Le guardie ci spinsero dentro la stanza, chiusero la porta principale a chiave dall’esterno. Roderick entrò per ultimo, si sedette su una poltrona vicino al letto.
"Benvenuti nella vostra nuova casa," disse. "Elara, spogliati e sdraiati sul letto. Thorne, Mira... sul pavimento, vicino ai miei piedi. Guardate. Imparate."
Io obbedii subito: mi sdraiai nuda sul letto, le gambe aperte, la figa già bagnata. Roderick si avvicinò, si slacciò, entrò dentro di me con un colpo lento, profondo. Io gemetti forte, aggrappandomi alle lenzuola, mentre lui iniziava a scoparmi - ritmico, possessivo, il cazzo che mi riempiva completamente.
Thorne e Mira si inginocchiarono sul pavimento, vicini, le mani intrecciate. Mira posò la testa sulla spalla di lui, sussurrandogli "Siamo insieme... è finita la fame... è finita la sete." Thorne annuì piano, gli occhi fissi su di noi, ma senza rabbia. Solo accettazione.
Roderick accelerò, venendo dentro di me con un grugnito, il seme caldo che traboccava. Poi si ritrasse, si voltò verso di loro.
"Leccate," ordinò di nuovo. "Pulitela. È la vostra nuova routine."
Mira e Thorne si avvicinarono al letto. Leccarono il seme che colava dalla mia figa, dalla mia coscia, dalla pancia. Io gemetti piano sotto le loro lingue, ma non li guardai. Guardavo solo Roderick.
Lui sorrise.
"La cella è lì per quando vi servirà disciplina. Ma per ora... godetevi la libertà."
E mentre Thorne e Mira si stringevano l’uno all’altra sul pavimento, io mi rannicchiai contro Roderick, la testa sul suo petto.
La sorpresa era questa: libertà dentro quattro mura. E una cella sempre pronta a ricordarci che nulla era davvero nostro.

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